Come Parlarne - Ii Capitolo

Già due settimane prima che le rivelassi il mio segreto, Debora aveva smesso di invitarmi a casa sua. Reputavo quella una situazione causata dall’assenza dei suoi genitori, i quali avevano impegni inderogabili che li avrebbero tenuti lontano dalla figlia per circa un mese e mezzo. O meglio, Debora me l’aveva buttata giù in questo modo. Tempo prima tra l’altro avevo sentito parlare i suoi di un viaggio in Inghilterra previsto per l’estate. Perciò avevo fatto due più due, immaginando che erano partiti, lasciandola qui. Ed ora che i suoi erano assenti, nessuno sarebbe dovuto entrare in casa senza di loro, nemmeno io che ero quasi un figlio adottivo. Comprendevo e accettavo tranquillamente la cosa. A causa di questo quindi, io e Debora potevamo scegliere di avere caldo indifferentemente per strada oppure a casa mia, ricordando con nostalgia il condizionatore di casa sua, che l’anno prima, con tanto amore, refrigerò i nostri corpi desiderosi di frescura.
E a proposito di amore, non potei non notare che al contrario di me, Debora un’alternativa ce l’aveva. Infatti lei ci poteva stare a casa sua. Eppure passava tutto il tempo che poteva con me.
“Perché hai bisogno di qualcuno che ti umili alle corse” commentò di rimando alla mia esternazione. “ E sento nel mio cuore ardere questa missione. Come farei ad umiliarti ai videogiochi se me ne stessi rinchiusa in casa? Alla clausura preferisco la calura.”
Per un attimo mi domandai se potesse arrivare a provare davvero piacere nell’umiliarmi, ma non solo ai videogiochi. Fu la prima volta, a mia memoria, che pensai a lei in modo differente da un’amica. Come sarebbe stata una vera relazione con lei?
Persi il controllo dell’auto che, dietro lo schermo della televisione, uscì di strada ribaltandosi.
Quel pensiero mi aveva distratto. Parecchio.
Persi la gara, ma anche la faccia a causa della pessima posizione.
“Non va bene, non va bene” commentò Debora ironica, “se ti umili da solo, io che ci sto a fare?”
Dovette vedere su di me uno sguardo strano.


“Te la sei presa? Dai, non fare così, di solito non te la prendi” proseguì.
Mi alzai dal divano e scossi la testa, per poi tirare fuori un sorriso: “Devo solo andare in bagno un attimo, torno subito.
In bagno, davanti allo specchio, riflettei.
Mi stavo innamorando di lei? Ero già innamorato di lei? Avevo sepolto il mio amore sotto la paura del mio feticismo ed ora senza più quel peso, saltava fuori?
Decisi che erano buone domande, ma le risposte richiedevano tempo. Intanto quella breve valutazione poteva bastare. Poi una nuova domanda strisciò serpeggiando nella mia mente.
E se mi innamorassi soltanto io?
Sarebbe perfetto, pensai. Perfetto per risvegliare gli incubi. Dopo soli tre giorni di pace, ne sento già così tanto la mancanza, vero?
Uscii dal bagno immediatamente e mi diressi verso di lei, così serio che la vidi preoccuparsi.
“Ho bisogno di sapere una cosa.”
Mi osservò per qualche istante, sempre con la sua solita aria interrogativa.
“Dimmi.”
Non riuscii a fissarla molto a lungo.
Chinai il capo e mi feci forza: “non mi hai detto cosa pensi di… di…”
Strinse le labbra, sorridendo, senza attendere che terminassi il discorso. Poi, semplicemente, fece un passo verso di me e mi abbracciò.
“Quello che sei va bene” disse, “a me va bene. Io ti… voglio bene, lo sai. Possibile che ti fai venire di questi dubbi?”
“Non sei disgustata? Non ti da fastidio immaginarmi con una ragazza mentre… mentre… insomma…” A causa del solito senso di insicurezza riuscii a ricambiare l’abbraccio a stento.
Dopo qualche istante si ritrasse e rispose, fingendosi imbronciata: “Sì che mi da fastidio, certe… attenzioni dovresti averle solo per me, mica per le altre. Non trovi?” rise. “Anzi, ho deciso di sfruttare la tua dedizione per i miei comodi.”
“Di che parli?” La cosa mi preoccupò non poco. La conoscevo bene e sapevo cosa poteva partorire il suo cervello.
Con la più totale naturalezza espose la sua idea: “semplice: da ora in poi mi metterai lo smalto alle unghie.

Rimasi per qualche istante interdetto dalle frasi “non può dire sul serio” e “sta dicendo sul serio” che si alternavano nella mia mente.
Puntai gli occhi per un attimo sulle sue Adidas bianche poi li riportai sul suo sguardo compiaciuto, esprimendo dubbio: “credo proprio che mi sia sfuggito qualcosa… Stai davvero parlando di metterti lo smalto alle unghie dei piedi? Davvero?”.
Apparentemente fu infastidita dalle mie perplessità: “Perché? Non pensi che sia una buona idea?”
Nuovamente fissai le Adidas e nuovamente lei: “Tu non smalti mai i piedi. Anzi, tu non ce li hai proprio i piedi.”
Mi fissò sbalordita. Forse era la prima volta che la lasciavo senza parole.
“Tutto a un tratto,” proseguii “vuoi farmi credere che ti interessa mettere lo smalto ai piedi quando indossi sempre scarpe chiuse anche d’estate? Dai, non ha senso… O meglio, ha senso solo se penso che lo stai facendo per beneficenza nei miei confronti. Non sei così. Non sei mai stata così. Ti ci vedi andare in giro con tuta, sandali col tacco e unghie smaltate? Non è da te…”
Cominciai a temere di aver esagerato. Mi sembrava di averla ferita ed iniziai a starci male.
Chinai lo sguardo: “Scusa”.
“No, hai ragione,” disse con tono fermo, “ci dovevo pensare. Ora però vado a casa, ok?...”
Quell’ok mi sembrò rotto dal pianto. Uscì rapidamente dalla mia camera, chiudendo la porta. In tempo record, mia madre entrò chiedendo: “Cos’è successo?”
La guardai, irritato dalla sua inutile intromissione.

- - -

Provai a telefonarle e messaggiarla per tutto il weekend, senza successo. La pensai molto e rimasi in ansia. Gli incubi tornarono mostrandomi scene nelle quali lei mi strappava il cuore, per poi calpestarlo con le Adidas. Fu un fine settimana infernale e Lunedì, nonostante riprendessi a lavorare dopo tre settimane di ferie, mi svegliai con l’impressione di essere stato investito da un autotreno. Ricominciai con il turno della mattina. Circa un anno prima, tramite qualche conoscenza di mio padre, ero stato assunto con un contratto di apprendistato come magazziniere, presso un importante supermercato della zona.
Così, mentre lei studiava ragioneria, io lavoravo. Uscito dal lavoro, verso le due, passai al solito bar sperando di trovarla. Il telefonino sembrava morto e anche durante la mattina non avevo ricevuto messaggi da parte sua. Tirai dritto il motorino, e raggiunsi casa sua. Questa storia, nel bene o nel male, sarebbe finita lì.
Inviai un messaggio con il cellulare: “Sono davanti a casa tua, vorrei almeno parlare.”
Il cancellò scattò dopo alcuni istanti, ma non avevo dimenticato che i genitori di Debora erano assenti, perciò decisi di attendere lì all’entrata. Nonostante mi sentissi sotto pressione, lasciai al mio sguardo la possibilità di trarre almeno un po’ della consueta pace che provavo ogniqualvolta attraversavo il cancello. Mi sembrava di entrare in un altro mondo. Dal cancelletto d’entrata partiva un sentiero di circa una cinquantina di metri che, in leggera salita, portava alla casa. Il sentiero era in pietre chiare, immerso in un prato tagliato perfettamente. Sulla destra del sentiero qualche albero da frutta, mele, pere, pesche. A sinistra invece, un leggero pendio erboso aveva termine con la pavimentazione, la stessa del sentiero, ma in discesa, che conduceva al garage doppio. Il quale era stato praticamente sepolto lasciando libero solo lo spazio antistante la larga porta basculante. Sopra a cui era stata piantata, oltre all’onnipresente erba, una siepe, che seguiva il percorso del vialetto per proteggere da eventuali cadute. L’unico buco era quello accanto alla basculante, dove la scaletta in pietre chiare permetteva di salire dal garage al livello del sentiero. A sinistra del garage, manco a dirlo, prato. Tutto era tenuto magnificamente.
Perdendomi nell’osservazione di questa meraviglia, non mi resi conto immediatamente di una figura che percorreva il vialetto nella mia direzione. Il cancelletto si aprì e mi ridestò.
Davanti a me una ragazza alta e bionda, dal volto familiare, con un sorriso grande come una casa.
“Barbara! Non ti avevo mica vista arrivare.

“Perché sono leggiadra come una gazzella!” commentò. “Come stai? Sei cresciuto!”
Io, che non mi sentivo cresciuto per nulla, risposi: “Se lo dici tu…”
“Dai,” fece lei, “è un anno che non ti vedo… Per me sei cresciuto”
“Come sta tua sorella?” domandai, nuovamente ansioso.
“Vieni, vieni in casa, porta dentro il motorino”
“Dentro casa?”
“Scemo! …Come stai? Non mi dici nulla? Hai tenuto sotto controllo la situazione? Chi gira intorno a mia sorella? Sii onesto però!”
Parcheggiai il motorino appena dentro, poi mi rivolsi alla ventiduenne: “Ho combinato un casino Barbie. Altro che sotto controllo…”
“E cos’hai combinato, dimmi un po’”
“Hai già parlato con Debora? Ti ha detto qualcosa?”
“È mia sorella caro,” rispose “noi ci diciamo tutto, no? Siamo lontane, ma solo secondo la geografia.”
Mi domandai quindi cosa potesse sapere. Avevano parlato di me? Del mio feticismo?
Il dubbio era atroce. Mi si contorsero le interiora.
Barbara proseguì, apparentemente all’oscuro della mia situazione: “Mi ha detto che le hai fatto notare che il suo modo di vestire è da maschio.”
“Ti ha detto così? Io non ho…” lasciai in sospeso la frase, riflettendo. Era meglio sostenere ciò che sapeva, deviando appena dai binari e darle il mio punto di vista: ”Voglio provare a farti un esempio. Tu sei bionda? Però siccome ad un tuo amico piacciono le more, per fargli piacere ti fai mora. Le ho solo detto che la preferisco al naturale. Non c’è bisogno che cambi solo per me… ecco. Non volevo che se la prendesse.”
“Invece ha deciso di farsi bionda.”
La fissai un attimo, confuso: “Che intendi?”
Arrivammo sotto il portico d’entrata. Allungando la mano, aprì la porta della casa.
“Lo vedrai” disse. Ed entrammo.
Venni immediatamente avvolto dal refrigerio. L’aria più fresca e piacevole del mondo era lì. Sospirai di piacere. Tra le varie cose, mi ero dimenticato del loro impianto condizionatore.
Mi guardai attorno. Tutto era come sempre nell’ampio open space al piano terra. A sinistra contro il muro, spettacolare con la sua isola e gli sgabelli, la cucina che qualunque chef poteva sognare. Avrebbe fatto sembrare il termine “abitabile” di altre realtà, un vergognoso insulto all’intelligenza. Era così lunga da comprendere parte della parete lato porta d’entrata e tutta l’altra parete, allungandosi fin quasi al limite del muro. Di fianco all’isola, distante circa un metro e mezzo, un tavolo da pranzo da dodici posti, parallelo alle vetrate del lato opposto all’entrata. Poi, venendo in qua, le colonne portanti, che delimitavano le scale, esattamente di fronte all’entrata e appena più in là…
Qualcosa di diverso.
Allungai lo sguardo. “Ma…”
“Cos’hai visto?” domandò una Barbara che sapeva già la risposta.
La guardai per un attimo, incerto se avessi visto bene o se gli occhi mi stessero ingannando.
“Avete messo la piscina? Da quando?”
“Vieni,” fece lei “è fresca fresca, appena finita. Gli operai dovevano portare a termine tutti i lavori già una settimana fa, ma hanno finito di ripulire e di riempirla solo stamattina.”
Ci avvicinammo alle vetrate ed i miei occhi si tinsero di blu. Anche quella visione mi aiutò a rilassarmi un po’. Non era sicuramente la piscina del paradiso, ma non c’era dubbio che avrebbe sostituito degnamente la piscina comunale.
Immerso in questi pensieri, non mi accorsi della presenza alle mie spalle. Mi voltai solamente perché lo vidi fare a Barbara.
Ma voltandomi, ad un metro da me, la vidi.
Era Debora. Ma non era Debora.
Nessuna tuta, nessun jeans, nessun medaglione, nessun berretto, nessuna maglietta sbracciata, nessun pantalone largo, nessuna scarpa da ginnastica, nessuno stile hip hop.
Questa ragazza indossava delle semplici ballerine nere, ed un altrettanto semplice tubino, senza maniche, dello stesso colore. Come unici accessori aveva un bracciale sottile in metallo decorato ed una cavigliera che ne richiamava la decorazione. Ma quello che mi colpì di più, al di là dell’avvenenza e della bellezza delle sue forme, esaltate dall’abito che indossava, fu il suo viso.
Due ciocche penzolanti ai lati del suo volto, capelli raccolti in una coda alta, smokey eye dietro gli occhiali e rossetto rosa lucido.
Non serviva altro, poche cose fatte bene.
E fu tanto bella.
Tanto.
Rimasi inebetito a guardare la mia amica dopo la sua trasformazione. Aveva lasciato il brutto anatroccolo ed era diventata un cigno.
Fosse stato per me sarei rimasto lì tutto il pomeriggio. Ma fui scosso dalle risate delle due ragazze, divertite dalla mia espressione da cretino.
“Che faccia che hai, dovresti vederti!” disse poi la bionda.
Mi voltai verso di lei: “Avete una terza sorella di cui non mi avete parlato?”
Risero di nuovo.
Vidi una via di fuga dalla derisione: “Guarda come ti sei combinata… Mi stai dando ragione per caso?”
“Mi pare di averti già dato ragione giovedì, o sbaglio? Hai creato un mostro” ribatté Debora.
“Non mi pare proprio che tu sia un mostro,” commentai “e a dirla tutta non eri un mostro neanche prima”
Barbara si divincolò dai nostri discorsi: “io vado a sistemare le valigie”. E se ne andò dandomi una pacca sulla spalla e facendo un cenno d’incoraggiamento con la testa.
Pensai: dove sono questi gesti nella mia famiglia?
Al pensiero di trovarmi da solo con Debora, questa nuova Debora, mi sentii in soggezione. Il suo precedente stile di abbigliamento era, tutto sommato, antifemminile e antifetish. Però mi permetteva di portare avanti una relazione quasi cameratesca, dove potevo aprirmi serenamente senza sentirmi coinvolto sentimentalmente o sessualmente. Invece ora mostrava una femminilità a cui non ero abituato. Provavo un forte desiderio di guardarla e di gustare la sua bellezza, ma avevo nel contempo la sensazione di violarla, di violentarla. Era mia amica in fondo, le dovevo rispetto. Eppure sentivo il desiderio di inginocchiarmi ai suoi piedi e baciarli. Non mi era mai capitato prima con lei. Mi era capitato invece in passato, quando il mio sguardo si posava su qualche ragazza particolarmente attraente. Allora lasciavo libere le mie fantasie feticiste, nelle quali io ero ai suoi piedi, mentre umilmente li baciavo e li leccavo. E mentre con la mente sognavo, con gli occhi mi concedevo il piacere di gustarmi il suo aspetto fisico, stando sufficientemente lontano da essere ragionevolmente sicuro di non venire colto nell’atto di fissarla. Nel qual caso distoglievo immediatamente lo sguardo, o addirittura rimanevo con lo sguardo fisso, fingendo di essere sovrappensiero.
Ma questo non era certamente il momento in cui avrei potuto fare cose simili. La bellezza di Debora mi faceva sentire inferiore, mi chiamava ad inginocchiarmi e mettermi a disposizione dei suoi voleri e desideri, e mi stordiva come se avessi la testa all’interno di una enorme campana nel momento in cui sta suonando. Cosa mi stava succedendo? Era la stessa persona che avevo incontrato la settimana prima, e per dieci anni prima di allora. Eppure ora mi trasmetteva desideri e sensazioni che con lei non avevo mai provato.
“Be’?” domandò timidamente. Mi parve anche di vederla arrossire. Chinando la testa e aprendo le dita sui fianchi, portò la mia attenzione sul suo vestito. “Come mi trovi?”
La riguardai, con molta calma. Nel contempo feci un grosso respiro. Poi mi resi conto di quanto il mio cuore battesse veloce. Ero fuori controllo, ma non volevo darlo a vedere.
“Vorrei essere sincero..” dissi, “ma non mi viene in mente nessuna parola italiana adatta. Ne ho in mente una inglese che, secondo me, rende l’idea.”
“E qual è?”
“Stunning.”
Arrossì e questa volta la vidi. Io tentai di rimanere serio, cambiando discorso.
“Ma tua sorella? È arrivata stamattina?”
“No, giovedì sera, sul tardi… perché?
“Disfa le valigie adesso?”
“Voleva lasciarci parlare” ammise, con un sorriso leggero.
E infatti parlammo. Molto. Mi scusai ancora per il mio comportamento della settimana prima, ma lei minimizzò. Anche se in un primo momento si era sentita ferita, le lacrime avevano lasciato il posto alla consapevolezza. Grazie anche alla successiva telefonata fatta a Barbara, aveva capito che gli abiti che aveva indossato fino a quel momento, potevano andare bene per una ragazzina, ma non se avesse voluto entrare nel mondo degli adulti, specialmente nel ruolo di avvocato all’interno di un’importante multinazionale a livello europeo, ovvero quella in cui suo padre era uno dei massimi dirigenti. Non era solo per consolare la sorella che Barbara aveva preso il primo aereo disponibile.
Venerdì mattina si erano svegliate fresche fresche e avevano passato il weekend in giro per acquisti, rifacendo in toto il guardaroba di Debora, e lasciando me a disperarmi per le mancate risposte a chiamate e messaggi.
Ma la chiacchierata di quel pomeriggio non fece altro che confondermi ancora di più riguardo i miei sentimenti. Decisi di non vederla per qualche giorno, o per lo meno, di non vederla da sola. Avevo bisogno di un clima rilassato e stare con lei ora mi faceva sentire sotto pressione.
Ma lei se ne accorse e mi cercò, inviandomi un messaggio. Era giovedì: “Ehi, ma che fine hai fatto? Non passi più? Pensavo ti avrebbe fatto piacere fare un bagno in piscina. Questa settimana non avevi il turno di mattina?”.
Risposi con un: “Ci vediamo al bar nel pomeriggio, ok?”
E nel pomeriggio la vidi al bar, ma era in compagnia. E a quanto pareva, si divertiva.
Lui era il figlio del fiorista.
Ma non era in vacanza?
Non voglio parlarne male, ma per qualche ragione mi odiava. Trovava sempre il modo di fare battutine o di prendermi in giro per farmi fare brutta figura. Era un comportamento tipico da parte sua, ma con me dava il meglio, perché avere la risposta pronta.
Girai il motorino e me ne andai dritto a casa, facendo la strada lunga.
Stetti male tutto il pomeriggio, ma non capii il motivo.
E quello fu solo l’inizio. Per tutti i mesi successivi ebbi lo stesso problema. Ogniqualvolta la vedevo chiacchierare con un ragazzo qualsiasi, provavo il forte timore che costruisse una nuova amicizia con qualcun altro. Ora che il suo abbigliamento metteva in mostra la femminilità che lei aveva sempre tenuta nascosta, i ragazzi le ronzavano attorno molto di più che nel passato. E nonostante lei trovasse sufficienti scuse per dar loro risposte negative, io avevo paura che prima o poi mi avrebbe messo da parte.
E questa paura, fece tornare gli incubi.
Essi si manifestarono fin dalla fine dell’Estate, mano a mano che il quartiere si riempiva di gente che tornava dalle vacanze. In questi incubi ero in una zona oscura, ed oltre ad essere rinchiuso in una gabbia, non riuscivo ad emettere alcun suono. Gridavo, ma non mi sentiva nessuno. Poi vedevo Debora, sotto un fascio di luce, venire circondata da ragazzi in numero sempre maggiore. Io la chiamavo, ma non mi sentiva. E mentre la chiamavo, di tutti i ragazzi ne rimaneva uno solo, ma sentivo che li rappresentava tutti. Era vestito con abiti scuri e sentivo che aveva intenzioni malvagie. Per qualche ragione sapeva dove io mi trovassi e, guardando nella mia direzione, sorrideva in modo malvagio e malefico. Poi metteva una mano sulla spalla di Debora e la portava via da me.
Ogni volta mi svegliavo sudato e scosso e rimanevo inquieto tutta la giornata. Debora notava questa mia inquietudine, ma le ripetevo sempre di non preoccuparsi, che sarebbe passata presto.
Tuttavia i sogni si ripeterono uguali, per circa un paio di mesi, poi cambiarono. Quando nell’incubo il ragazzo si voltava beffardo verso di me, iniziai a sentire che oltre a lui, me e Debora, c’era una quarta presenza e vidi che anche lui la percepiva e si sentiva disturbato. Nonostante ciò, il sogno terminava comunque con la stessa scena.
Nel corso del tempo però, in ogni incubo quella presenza si faceva più forte, sebbene non si manifestasse.
Fu solo verso Gennaio dell’anno successivo, appena dopo il diciottesimo compleanno di Debora, che gli incubi arrivarono all’epilogo.
Gabbia, voce assente, Debora, tanti ragazzi, poi un ragazzo solo, come al solito.
E fu qui che avvenne il cambiamento.
Non avrei mai pensato che un piccolo e semplice cambiamento, avvenuto in un incubo, avrebbe potuto rivoluzionare la mia intera vita.
Mentre il ragazzo si voltava verso di me, con il solito ghigno malefico, sentimmo entrambi “la presenza”. D’un tratto ci fu un’esplosione di luce ed apparve una figura, a poca distanza dal ragazzo. Aveva un elmo e un armatura lucente e dalla sua mano si sprigionò un raggio di luce che andò dritto verso il ragazzo e lo consumò, fino a ridurlo in polvere. Poi si voltò verso Debora ed in quel momento sentii che lui provava per lei un amore puro e sincero. Mentre pensavo che lui era il ragazzo giusto per lei, lo vidi piegare un ginocchio, togliere l’elmo e baciarle la mano. Mi venne spontaneo pensare che avrei anche potuto rimanere in gabbia un intera vita, sapendo che un ragazzo con tali sentimenti sarebbe stato accanto alla mia amica e l’avrebbe protetta. Ma lui si alzò e, tenendo Debora per mano, si avvicinò alla mia gabbia.
La luce dietro le due figure teneva in ombra il loro viso. Per un attimo pensai che non avrei visto il volto di questo paladino prima che il sogno finisse.
Invece aprì la gabbia, poi fece un passo, porgendomi la mano.
Ed in quel momento un raggio di luce illuminò il suo volto.
Ero io.
Quel paladino ero io.
Mi svegliai. E capii.
Amavo Debora. E proprio perché l’amavo non potevo immaginare nessun altro accanto a lei. Nessuno avrebbe saputo o potuto amarla più di me. I miei veri sentimenti avevano trovato una strada per mostrare sé stessi di fronte alla parte di me che non voleva vedere e aveva paura del cambiamento. Ero ingabbiato dall’idea che tra me e Debora ci fosse solo un’amicizia, al punto da non rendermi conto della gelosia che in quei mesi avevo provato nei suoi confronti, quando la vedevo circondata da ragazzi che ci provavano con lei, ragazzi che non erano me. Avevo nascosto a me stesso l’amore sincero per Debora, mentre cercavo disperatamente di rimanere in corsa su binari che non erano più adatti a me, i vecchi binari dell’amicizia.
Ma l’amore è un treno più veloce, che non può correre su vecchi binari.
Quando quel paladino si era mostrato, mi ero visto come ero.
Non io, ma lui avrebbe saputo amare Debora. Perciò non io, ma lui, doveva farsi avanti per dirglielo.
Il paladino. Che a tutti gli effetti ero io. Ma un “io” nuovo.

Era un giovedì. Inviai un messaggio a Debora: “Posso passare da te stasera dopo il lavoro? Ho bisogno di parlarti di una cosa importante.”
Debora: “A che ora arrivi?”
Io: ”Verso le nove e mezza.”
Debora: “Ok.”
Arrivai anche prima.
Attraversai il cancello, parcheggiai il motorino ed arrivai alla porta. Debora mi accolse. Salutai i genitori, seduti di fronte all’home theatre, poi la seguii su per le scale fino al parlatorio, ovvero la sua stanza. In quel momento pensai che forse ero l’unico ragazzo che avesse mai varcato quella soglia in tutti quegli anni. Non ci avevo mai pensato prima.
“C’è qualcosa che non va?” domandò, mi sembri agitato.
“Lo sono”.
“Qual è il problema?”
Mi sentivo due pesi addosso. Come parlarne. E come l’avrebbe presa.
Ma guardai il paladino. La sicurezza con cui era sceso in campo e aveva sconfitto l’oscurità.
Non mi sarei fermato, qualunque cosa fosse successa.
“La nostra amicizia” risposi.
“Non capisco” disse confusa.
“Debora, non posso più essere tuo amico”
La sua espressione da confusa si fece preoccupata: “In che senso non puoi, più essere mio amico? Ho fatto qualcosa?”
“No” risposi, “tu non hai fatto nulla di male… Non dipende da te, dipende da me…”
La vidi in ansia: “mi sembra che tu mi stia lasciando…”
“Ti sto lasciando come amico…”
“Ma cosa vuol dire?” Sembrava sull’orlo delle lacrime.
Trassi un profondo respiro: “Vuol dire che… che mi sono innamorato di te”.
Il tempo si fermò.
Poi andò molto a rallentatore. Debora fece un passo indietro, portando una mano a coprire la bocca, emettendo da essa, prima flebilmente, per poi aumentarne l’intensità, un suono stridulo, simile ad una sirena. I suoi occhi intanto sembrarono riempirsi di lacrime. Un altro passo indietro la fece sedere sul letto. A quel punto, portando entrambe le mani al viso, quasi a volersi coprire, scoppiò a piangere, scossa dai singhiozzi, con lacrimoni che le portarono via il mascara.
Rimasi esterrefatto. Cosa avevo mai detto da ridurla in quello stato? Mi si spezzò il cuore.
Mi chinai verso di lei, poggiando una mano sulla sua spalla.
Mi sentivo un elefante in una cristalleria: “Debora, non volevo ferirti, scusami, forse…”
“Davvero?” m’interruppe, singhiozzando con “Davvero? Non scherzi, vero?”
“No” risposi “non volevo ferirti, davvero. Non so neanche perc…”
“Non quello, scemo!” la voce era stridula. “Sei davvero innamorato di me?”
“Sì”
“Non stai scherzando?” singhiozzò.
“No”.
“Allora non mi hai ferita” disse sospirando, “mi hai guarita”.
Riprese a piangere gettando le braccia attorno al mio collo, riempiendo il mio viso di baci e sporcandolo tutto di mascara.
Allora capii che anche lei mi amava. E che aveva atteso quel momento da molto più tempo di me.

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