Il Più Grande Scrittore Dei Nostri Tempi


La stanza puzza di pelo di cane sporco. C’è un disordine appiccicoso ovunque, dal tavolo ingombro di cose vecchie e carte alimentari alle coperte ammucchiate sul divano, mai lavate.
Il cagnolino sonnecchia tremolante nel proprio giaciglio. Mi avvicino per accarezzarlo, ma mi accorgo che è la sorgente principale dell’odore nauseante. Mi siedo di nuovo e guardo la televisione con il volume al minimo.
Sono qui, scaltro e ignobile, nel soggiorno adibito a sala d’attesa della sua residenza lavorativa in riva al mare. Dopo tanti incontri ho finalmente acquisito una certa familiarità con lei, quindi ho il permesso di attendere i servizi del cliente in casa sua invece che in macchina.
Dalla porta chiusa una voce maschile chiacchierare con lei, che ride animatamente e senza troppa convinzione. Il cliente è convinto di essere l’unico uomo nella casa.
Nell’attesa fantastico di essere la guardia del corpo della padrona di casa, pronto a sgattaiolare fuori dalla stanza in caso di emergenza, devoto e affidabile come un cane.
L’attesa dura circa quindici minuti, dopodichè il rumore della porta di casa preannuncia il suo arrivo.
La porta si apre. Lei, dieci centimetri di tacchi, mi fa cenno con il dito di seguirla.
- Andiamo? – mi invita sorridente.


- Faccio lo scrittore – mento, mentre premo i pollici contro la pianta del piede della Turca.
- Uh, davvero! Che bel lavoro!
- Eh sì, sono fortunato a fare quello che mi piace.
- E che stai facendo ora?
- Sto lavorando ad un paio di cosette, ma ho preso una settimana di riposo.
- E vieni a farmi i massaggi ai piedi.
- Esatto.
- Ma che onore – mi prende in giro
- L’onore è il mio. Posso odorarli?
- Ma certo, fa pure
Alzo la sua grossa pianta e infilo il naso tra le dita, respirando profondamente a pieni polmoni.
- Puzza?
- Non tanto.
- Beh, devi darmi tempo, le calze sono ancora nuove.


- Certo. Devi anche farti crescere le unghie.
- Va bene. Di solito lo faccio d’estate. Ma se vuoi…
- Grazie.
- È un piacere.
- Puoi voltarti?
- Certo.
La Turca si sdraia sulla pancia offrendomi la visione del suo grosso culo. Adagia la testa sul cuscino. Le afferro il piede e lo massaggio al contrario, insistendo sulle dita. La sento gemere. Con l’altro piede, intanto, mi sfiora per intero il cazzo, tenendolo ben teso.
Ho le ascelle e le palle sudate, ma mimo indifferenza e sicurezza nei gesti. Massaggio con più foga, mentre il piede della Turca mi titilla le palle. Manipolo quel piede con forza, allentando la calza di nylon sulla punta.
Passo all’altro piede, come un dottore, comincio a massaggiarlo con la stessa convinzione, mentre lei, stanca e provata dalla giornata, quasi si addormenta. Mi lascia fare.

Il mio cazzo è ormai così tosto che la Turca ci poggia il piede sopra come fosse un tavolino, o un poggiapiedi vero e proprio. Ora sono fermo come una colonna, con le mani le massaggio un piede, con il pisello le reggo l’altro. Lei si stupisce di quella forza maestosa.
- Però…che bel pezzo di marmo. Lo usi per trasportare i secchi di calce?
- Grazie.
- Perché non me lo pianti nel culo?
- E…i piedi?
- I piedi, i piedi…a lui interessano solo i piedi! Impotente non mi sembri, hai un cazzo che è di cemento armato. Non vuoi infilarlo una buona volta? – chiede la Turca, mentre dai pantaloni individua la punta del pisello e con l’unghia rosicchia la cappella.
- N…non…saprei…
- Dopo ti faccio annusare bene fra le dita dei piedi quanto e come vuoi, giuro.
- Giuri?
- Sì, prima però devi fare il bravo e trafiggermi con quella canna.
- Va bene.
La Turca si volta ancora e mi mostra il culone nudo, si abbassa le mutande e si massaggia un po’ il buco. Sculetta un po’ per farmi ammirare bene la mercanzia.
- Spara – dice poi.
- Sì – rispondo.
Le faccio sparire una ventina di centimetri di cazzo nel buco, fino a quando le palle toccano le chiappe.
- Oh Dio! Maledetto bastardo! – geme la Turca, impalata per bene.
- Ora pompo un po’, così lo senti bene.
- Vai, bastardo, vai – concorda lei.
Le pompo il pistone nel culo con noncuranza e straordinaria potenza, guardando la Turca gemere e sbavare.
- Fra un po’…fra…fra un po’ mi dai i piedi eh? – le dico mentre la inculo
- Vaffanculo con questi piedi, coglione, inculami, fai l’uomo! – dice.
- Sì, ma poi i piedi – insisto.
- Sì, sì, t’ho già detto di sì, cazzo, ma prima fammi sborrare, Dio santo!
Dalla mia posizione guardo la sborra della Turca gocciolare copiosa sul letto come una spugna strizzata, mentre ringhia come un cane. Con tutta la sborra che ha espulso ci si riempirebbe un bicchiere buono.
Sfodero il cazzo dal culo come una spada dall’elsa. Le stappo il culo dopo che ha emesso l’ultimo raglio.
- Bastardo…avanti, ecco i maledetti piedi. Divertiti, cazzone! – dice stremata, mentre mi infila il grosso piede in bocca.

Il lavoro con lingua è stato effettuato in modo eccelso, non lasciando inesplorato alcunché, ogni interstizio e ogni solco sono stati liberati da qualsiasi impurità, donando una brillantezza stupefacente ad entrambi i piedi. La Turca li ha osservati come se studiasse l’accuratezza con cui la lavastoviglie ha lavato la cristalleria.
- Però…- ha esclamato soddisfatta e sorridente.
- Ha gradito il lavoro, signorina? – le chiedo.
- Direi di sì. Ottimo lavoro! E bravo il cocco di casa. Ora vai a giocare con gli amichetti, che ho da fare sul serio.
Mi avvicino alla porta e sguscio via. Scendo le scale fischiettante mentre nelle mutande il cazzo ballonzola umidiccio e le palle tintinnano e dolgono, gonfie e piene come mignon alla crema.
Salgo sulla sella della bicicletta con una smorfia di dolore. Pedalo a gambe larghe con la sgradevole sensazione che le palle possano esplodere se solo le schiaccio ancora un po’.

Giro intorno all’isolato, poi riprendo la strada principale, dirigendomi verso sud.

- Il nostro bello scrittore! – il telefono gracchia della sua voce fintamente stupita.
- Ehilà! Tutto bene? Posso venire? – domando.
- Vieni, vieni, sono ancora libera – mi concede.
- Arrivo.
Pedalo con dolente avidità, percorrendo i pochi chilometri che mi dividono dalla meta.
L’ultimo tratto in salita non è che un piccolo prezzo da pagare a fronte dell’imminente sollievo. Parcheggio anche qui non lontano dal portone, legando la bicicletta ad un lampione come un cowboy che sistema il cavallo stanco. Percorro il vialetto d’ingresso fino al terzo portone. Le telefono di nuovo. Non risponde, come sempre. Riprovo. Risponde all’ottavo squillo.
- Sono io – mi annuncio.
- Io chi?
- Quello del massaggio ai piedi.
- Oh, scrittore! Sei giù?
- Fra poco mi vedi dal citofono.
- Ecco, ecco ti vedo. Sali!
La porta, aprendosi, la nasconde, in modo che sembri muoversi da sola. Entro con sicurezza nel familiare soggiorno. Laetitia richiude la porta, sorridente e accorta ad ogni rumore.
- “Nella man da cui si trae sospiro, le tragiche nubi accorte e suadenti del cor mio traggono speme e ispirazione. Per non lenir dolor m’aggrata che t’abbia persa oh mia peregrina anima!”
- Ma che cazzo hai detto?
- Mah! Un nonnulla, mia cara. Nulla al par tuo, se volgarità non tradisco. Permettete?
Le prendo la mano e la bacio con grazia a seguito di un inchino.
- Me cojoni! – esclama Laetitia, vestita di un filo di mutande e alti zoccoli di sughero.
- Dalle sue dolci labbra pendo! Mentre, fremente, la vostra venuta attendo!
- Che t’ha preso oggi? Sei in vena di cose così, di poesia?
- Tu stessa sei poesia, musa mia
- Cazzo! Stai alla grande, oggi! Vado a mettere le calze e torno.
- Schiavo suo! Schiavo suo! – esclamo, inchinandomi.
Laetitia si avvia nella camera da letto sussurrando un amichevole “ma vvaffanculo, va…”.
Attendo come sempre nello scarno soggiorno con angolo cottura. Lo stesso che ogni volta vede la mobilia disposta in modo differente a seconda dell’occupante. È il turno di Laetitia, quindi il divano-letto è al centro della stanza, aperto. È lì che sono seduto.
- A scrittò, tutto bene, sì? – mi domanda quasi gridando dall’altra stanza.
- Benissimo! – rispondo.
- Ho quasi fatto, eh?
- Son qui!
Ritorna dopo qualche minuto, nuda come prima, ma con le solite calze indosso. Le stesse che le ho regalato la prima volta in cui ci siamo incontrati. Carne, 40 denari, rinforzate in punta. Alta, sui suoi zoccoli chiassosi e dozzinali, mi guarda e ride.
- Allora, cominciamo? – dice mentre si siede.
- Ma certo! – rispondo concitato, mentre prendo la sedia del tavolo e mi seggo di fronte a lei.
Laetitia sfila il piede destro dallo zoccolo e me lo porge. L’usura delle calze è notevole sulla pianta, nere sul tallone e in prossimità delle dita.
- Che ne dici, è abbastanza sporco? – mi chiede.
- Oh sì. Sì, perfetto direi
- Bene. Dai, dai, comincia, che mi fanno proprio male oggi.
- Subito!
Non perdo tempo, comincio a massaggiare dal tallone tosto fino alle dita, il cui mignolo, particolarmente dolente, è coperto da un callo duro come un pezzetto di legno. Persisto lì, mentre Laetitia si gode il massaggio ad occhi chiusi. Sento il cazzo, già stimolato dalla precedente sessione, cominciare a strisciare nelle mutande fradice. Ahimé, a questo segue subito un acuto dolore alle palle gonfie. Laetitia si accorge della mia smorfia di fastidio.
- Oh, bello, tutto bene?
- Eh? Oh sì, sì, mia adorata, solo un po’ di dolore.
- Dove? Alle mani? Smettiamo?
- No, no. Giammai!
- E basta con queste cazzate, che ti fa male?
- …tra le gambe.
- Il cazzo?
- No
- Le palle? Ti fanno male le pallette?
- Sì.
- Com’è? Hai scopato senza sborrare?
- Sì.
- Ho capito. Le vuoi scaricare in culo.
- Se non fosse troppo disturbo…
- Ma che scherzi! Mesi e mesi di cazzate di poesia e nemmeno un’inchiodata come si deve. Solo massaggi ai piedi! Beh, mi fa piacere, così mi dimostri che non sei frocio, come ho sempre pensato.
- Non lo sono.
- Da come parli…dai, datti da fare, temperiamo questa matita!
- Va bene.
Non resta che alzarmi in piedi e abbassarmi i pantaloni. Il cazzo, imbarzottito, pende e sgocciola come una borraccia vuota, ma Laetitia afferra le palle e comincia a massaggiarle lentamente. Le solletica, poi le accarezza, infine studia le mie reazioni al dolore, le palpeggia come una casalinga che testa la qualità della frutta al supermercato. I suoi occhi si allargano e allibiscono man mano che, a causa del suo lavorio, il cazzo s’ingrossa e s’inturgidisce, fino a puntare in alto come un razzo pronto a partire, lucido e puntuto.
Laetitia è a bocca aperta, mentre fissa a due centimetri di distanza, il mio cazzo, ritto sull’attenti come un soldato richiamato all’ordine.
- Che dio mi faccia morire subito se questo non me lo pappo tutto! – esclama leccandosi le labbra. Poi mi guarda: - Permetti? – mi chiede.
- Prego – acconsento.
Laetitia cala inesorabilmente la testa sul mio cazzo, incastrandolo in bocca con precisione, laddove incontra qualche difficoltà, con sapienti movenze del cranio e della cavità orale. Guardo la cappella, poi il grosso tronco sparire lentamente nella sua testa, fino a che le labbra arrivano a baciare le palle rosse. Rapidamente se ne stacca, tossendo, poi, senza perdersi d’animo, si ributta a capofitto nell’impresa, riuscendoci stavolta senza alcun problema. Inizia a pompare come un pistone, ingoiando il cazzo per intero e liberandolo fino alla cappella, per poi ricominciare.
Immobile, affascinato da tanta maestria e passione, assisto alla scena bestemmiando e tremando, subendo quello che è senza dubbio uno dei lavori di bocca più degnamente ed abilmente eseguiti.
Dopo aver pompato con fin troppa dovizia per un po’, Laetitia stappa il cazzo con un sonoro SBBOTT! Che rimbomba per tutta la stanza. Mi guarda in silenzio, stupita e grata, poi si gira, donandomi il culo allargato.
- Hai visto che popò di traforo? Ecco, ficcaci quel trapano, vediamo se lo sento.
Eseguo con estremo piacere e riconoscenza, spingendo senza alcun riguardo il cazzo d’acciaio ingrassato in quel grosso buco di culo spalancato.
- AAAH FOTTUTO PEZZO DI MERDA!!! – urla di dolore Laetitia.
- Oddio, ti ho fatto male? – domando fingendo interesse.
- SIII!! Ma che cazzo, spingi, o di troia, spingi!! – urla in deliquio.
Continuo a pompare con potenza sentendo Laetitia urlare di dolore mentre la cappella, sfregando contro le pareti anali, le lacerano, giungendo così in punti finora inesplorati.
Duro la bellezza di cinque minuti scarsi, poi sento le palle fremere.
- sto…sto venendo!
- Scarica qui, bastardo, scarica qui dentro, schifoso.
Subito dopo le scarico dentro il culo l’equivalente di due mandarini gonfi di sborra, fino all’ultima goccia. Estraggo il cazzo striato di merda e lucente di sborra. Laetitia si alza in piedi a fatica.
- Devo andare a cacare – confessa.
- Ah.
- Aspetta qui, schifoso.
- Va bene.
Da dietro la porta del bagno sento arrivare potenti scorregge e scariche di merda seguite da lamenti. Poi esce fuori, zoppicante e con una smorfia di dolore.
- Sei un mostro, non sei normale. Sei contento? È passato il dolore? – mi chiede.
- Certo. Soddisfattissimo. Grazie – le dico.
- Di niente. Anzi. Quando vuoi…un clistere fa sempre piacere – afferma sorridendo.
- A presto, allora.
- A presto! Oddio…devo andare di nuovo al cesso…

Laetitia scompare dietro la porta del bagno senza nemmeno salutare. Faccio spallucce, tiro su braghe e pantaloni, e fuoriesco alleggerito di mezzo chilo. Giù nel cortile due poveri maniaci attendono il loro turno, invidiandomi con lo sguardo, mentre le loro mani scattano sulle tastiere speranzose dei telefonini. Passo velocemente di fronte a loro sorridendo con scherno.
Arrivato al semaforo giro a destra, un po’ dolente ancora, scarico di sborra, ma pieno di buona volontà…

Comments:

No comments!

Please sign up or log in to post a comment!